Intervista a Troilo, l’artista italiano inventore della pittura iperrealista fatta con le dita

In una lontana sera del 2004, spinto dal desiderio di dipingere ma trovandosi sprovvisto di pennelli, l’artista tarantino ha scoperto il fingerpainting, tecnica che ha reso le sue opere iperrealistiche uniche al mondo

Quella di Paolo Troilo per l’arte è una passione che lo accompagna fin dalla più tenera età, grazie alla madre, che lo sprona a disegnare su fogli di carta rosa da macellaio, e poi con il padre medico, che intuendo il suo talento a soli 7 anni gli affida la realizzazione di alcune tavole di anatomia patologica. Lo studio del corpo umano, insieme alla prematura scomparsa del genitore, avranno un peso enorme sulle sue scelte future.

La città di Milano l’ha adottato, ormai 25 anni fa, dapprima come pubblicitario e art director – campo in cui ha rivestito un ruolo di tutto rilievo, arrivando a vincere il GRAND PRIX da parte dell’ADCI nel 2007 – e poi come artista. Nel 2004 vive in un piccolo appartamento in Via Orti e lavora come art director da Saatchi & Saatchi. Una sera, dopo essere stato al colorificio a comprare il necessario per dipingere, si accorge di aver dimenticato i pennelli, indispensabili. O forse no. In quel momento accade qualcosa che cambierà la sua vita.

My Vitruvian, acrilico su tela, 2020 – Collezione Privata Biondi

Sempre Milano sarà il palcoscenico di un’imminente personale, curata da Luca Beatrice nella sontuosa cornice di Palazzo Serbelloni, con 15 opere monocromatiche più qualche sorpresa, di cui daremo ulteriori dettagli nel corso dell’intervista. Una mostra che appare all’improvviso e altrettanto velocemente scompare, un po’ come l’esibizione dei fab four sul tetto di un palazzo londinese.

Il nostro dialogo è stato ricco di fatti personali ed excursus. Come nei dipinti, anche a parole Paolo travolge con la potenza del suo pensiero e della sua visione dell’arte e del mondo e, al contrario del luogo comune che vorrebbe gli artisti tendenzialmente schivi e introversi, si apre completamente al proprio interlocutore, tra flashback sul suo passato e curiosità sul suo presente, nel racconto di una carriere artistica avvincente e fuori dagli schemi.

Ciao Paolo, bentornato su Picame. Sei diventato celebre per i tuoi autoritratti monocromatici, dipinti esclusivamente con le mani. A distanza di qualche anno, in particolare nella serie esposta nel 2017 a New York, si nota la comparsa di forme e volumi astratti nonché di una spiccata componente surrealista.
Ciao Andrea. Hai ragione qualcosa è successo nel 2017. Ho dato corpo a una visione più precisa di un accadimento più preciso con uno sguardo zoomato rispetto al mio solito approccio grandangolare ai grandi temi dell’esistenza. La scintilla fondamentale per il divampare del mio pensiero artistico è stata la perdita di mio padre. E per dipingerlo dovevo astrarlo, dovevo trovare una forma metafisica al ricordo. Perché il ricordo è metafisico, fatto di pieni e di vuoti, di memorie limpide e di visioni nebbiose, naturalmente deformate dal tempo e dall’inconscio. È nato così un polittico che oggi è conservato nella collezione privata di una grande dinastia italiana anch’essa con una storia dolorosa e controversa che riguarda proprio la figura del padre e che oggi è tornata prepotentemente alla cronaca.

In the name of the fathers, mostra personale presso il Consolato Italiano a New York nel 2017

Il fingerpainting, o “iperrealismo con le dita”, tecnica unica al mondo e praticamente impossibile da falsificare per via delle migliaia di impronte digitali che rimangono impresse sulla tela, nasce il giorno in cui dimentichi di comprare i pennelli. Cosa ha causato quell’impellente necessità di espressione, tale per cui anche di fronte all’impossibilità fisica di lavorare hai dovuto e voluto inventare una nuova forma espressiva?
Io credo nella “legge del desiderio” quella che governa l’essere umano fin da quando anela il latte materno, quella che lo porta ad azioni di qualsiasi calibro pur di raggiungere quello che desidera. Per questo non trovo stranezza nella mia reazione alla mancanza dei pennelli. Desideravo dipingere quel giorno e niente poteva frapporsi al raggiungimento di questo obiettivo. Ovviamente (spero per tutti) credo anche alla cultura come mediatrice dei desideri, non scassinerei mai un appartamento solo perché contiene un oggetto del mio desiderio, non violerei la libertà di qualcuno per far prevalere la mia. Ma in quel caso specifico andare avanti non era dannoso anzi costruttivo, per me e per la mia arte, così, grazie alla stessa cultura che in altri frangenti serve a frenarsi mi sono mosso.


A questo punto parlaci (e mostraci) il primo vero “Troilo”, dipinto quella sera del 2004.
Ho puntato verso di me il mio cellulare nella fretta di trovare un soggetto animato e ho scattato una foto ravvicinata del mio viso con un’ombra tagliente disegnata da una lampada vicina. Poi ho preso due colori a caso, uno chiaro e uno scuro, e ho iniziato a macchiare la tela con veloci tocchi mixando il colore direttamente, senza tavolozza. Luci e ombre che delineavano confini fisici, impressionismo. Infine uno schizzo di pittura all’altezza della bocca e così è nato “Spit”.

Spit, acrilico su tela, 2004 – Il primo dipinto realizzato con la tecnica del fingerpainting


Allora ogni tanto i colori li usi anche tu…
ll bianco e nero sono colori, ma se ti riferisci a quelli più “colorati” sì, ne ho usati vari, grigio di payne, verde vescica, rosso per i toni scuri e sempre avorio per quelli chiari. Poi, dopo qualche tempo, feci vedere i miei risultati al mio primo gallerista e grande amico Giancarlo Pedrazzini e lui mi disse: “Smetti di cercare, hai bisogno di nero per le ombre, la luce ce l’hai già”. Il mio “nero&avorio” lo devo a lui.

Qual è il tuo ambiente di lavoro ideale, inteso sia come luogo fisico che come insieme di condizioni esterne ed interiori?
Amo dipingere con la luce diurna, amo farlo vicino ai miei amori, per questo il mio studio è nello stesso cortile di casa, amo dipingere quando voglio e non quando devo. Per questo niente gallerie (pur comprendendone i bisogni). Soprattutto amo talmente tanto quello che faccio che non lo chiamerò mai lavoro.

Bloom, acrilico su tela, 2021 – Collezione Privata Rolandi

“Feci vedere i miei risultati al mio primo gallerista e grande amico Giancarlo Pedrazzini e lui mi disse: ‘Smetti di cercare, hai bisogno di nero per le ombre, la luce ce l’hai già’. Il mio nero&avorio lo devo a lui”

Quanto tempo richiede, mediamente, la realizzazione di un tuo dipinto? Ti prendi delle pause o una volta iniziata un opera devi concluderla?
Dipingere per me è un misto fra esercizio mentale/fisico e spensierato uso delle condizioni ambientali senza tempo e confini. Il ritmo della pioggia sul lucernaio, il giro del sole, i rumori del cortile, la voce di Tom Yorke o di Zac De la Rocha o di Petra Magoni, Radio 3, le bizzarre decisioni del politico di turno che riempiono un quotidiano, l’ennesimo vigliacco femminicidio, l’anacronistico perpetrarsi del razzismo, l’odore del fumo dell’ILVA rimasto nel mio cervello da bambino, mia madre che muore il giorno di Natale, mio padre che lo fa troppo presto, le sigarette fatte a mano, il Wes Anderson della sera prima, le visite degli amici, gli abbracci dei miei figli, i baci di mia moglie, il muso umido del mio cane, l’estate, l’inverno e quello che c’è in mezzo, ecco cosa scandisce la mia pittura e la definizione di ogni mio pezzo.


Mi pare di capire che il tempo, forse il bene più sottostimato al giorno d’oggi, giochi un ruolo chiave nella tua vita sia privata che professionale.
ll Tempo è tutto e a questa domanda mi accosto cauto sotto l’ombra di Seneca, Pasolini, Finardi, Lemn Sissay. E mentre la lista di chi ne ha parlato, lo ha combattuto, usato, vinto e subìto si allunga all’infinito penso a quell’infinito e non riesco a dargli forma. Il tempo è tutto e niente, in un attimo muori, in un attimo vivi. Al tempo bisognerebbe dedicare tutto il tempo che abbiamo.

Justice, trittico acrilico su tela, 2011 – Collezione privata dell’artista

Diventare padre, prima di Antonio e poi di Brio, ha influito sul tuo approccio creativo?
Benché io non capisca le differenze tra generi sono nato maschio, e i maschi non possono capire fino in fondo e per ovvie ragioni il miracolo della vita. Io credo nel grande impegno psicofisico che serve a fare proprio un figlio. Noi “maschi” siamo orfani della gravidanza, per noi un figlio è un essere che si palesa il giorno in cui nasce, non prima, o almeno non in maniera tangibile come nella donna. Quindi dobbiamo lavorare di intelletto, aiutati da una solidità culturale per riconoscere la nostra prole. La gravidanza nell’uomo avviene nella testa e se la testa è già un ambiente accogliente tutto riesce meglio o quantomeno riesce prima. Essere padre mi ha ingrandito.

“Il tempo è tutto e niente, in un attimo muori, in un attimo vivi. Al tempo bisognerebbe dedicare tutto il tempo che abbiamo”

Quello della paternità è un tema ricorrente nelle tue opere. Lo ritroviamo ad esempio come filo conduttore della già citata serie del 2007 “In The Name of The Fathers”, peraltro l’ultima tua mostra pre pandemia.
L’unica certezza che abbiamo è la trasmissione della nostra esperienza di vita agli altri, sono loro la nostra vita-dopo-la-morte, non necessariamente figli biologici. La mostra di New York ha una “s” alla fine perché è dedicata a tutte le forme di paternità. Un mentore è un padre, un allenatore è un padre, tutti coloro che hanno deviato nel bene o nel male i nostri percorsi di vita sono padri, tutti coloro che noi abbiamo influenzato nei loro percorsi sono figli che saranno padri.

Un altro tema ricorrente è la sofferenza, psicologica ma soprattutto fisica, del corpo.
Non so se si trattI di sofferenza vera e propria o comunque solo di quello, non riesco ancora a capire il confine fra sofferenza e piacere in alcune energie o nell’impatto che alcune sensazioni hanno sul corpo, il mio amato corpo, traduttore di ogni arrivo esterno e interno. Insomma anche l’orgasmo è una piccola sofferenza, anche lo starnuto è un piccolo piacere.


Questioning the chest, acrilico su tela, 2021 – Collezione Privata Poulin

Parliamo delle figure femminili nella tua vita. Cosa hai imparato o stai imparando da loro?
Mia figlia mi sta insegnando la genesi del pensiero femminile, infinitamente più precoce e completo di quello maschile perché in simbiosi con la natura. Ho passato la mia vita con le donne, mio padre era spesso al lavoro in ospedale e quindi vivevo prevalentemente con mia mamma e le mie due sorelle. Ho fatto le superiori in una classe con 22 ragazze e un solo compagno maschio. Non mi ha mai sfiorato l’idea di una differenza di potenziale fra i sessi, ho vissuto nell’idea della naturale convivenza tra essi. Ma adesso grazie a Brio, in più rispetto a quello che già sapevo, riesco a capire da dove arriva tutta quella energia immensa che intuivo. Le donne sembrano aver già vissuto prima di essere nate. Semplicemente. Senza sforzo.
 

Contrariamente a quanto verrebbe da supporre sei completamente autodidatta. Hai però lavorato per molti anni nel mondo della pubblicità, raggiungendo altissimi livelli. Avere questo background ha influito sul tipo di artista che sei diventato?
La pubblicità mi ha insegnato l’empatia, a capire cosa la gente vuole. Ero casalinga e uomo di mezza età, bambino e adolescente con le prime mestruazioni, ero quello che il consumatore desiderava a seconda del prodotto che trattavamo. Io devo tutta la sensibilità alle debolezze e ai desideri del genere umano alla pubblicità. Purtroppo però a un certo punto l’ho dovuta abbandonare per dire la mia, solo la mia, senza che qualcuno me la dettasse con le proprie necessità.

Lucecontro, acrilico su tela, 2015 – Collezione Privata Santamaria Barra

Il fatto di “sapere cosa la gente vuole”, come dici tu, si riflette anche nel modo in cui recepisci e interpreti le opere su commissione?
Le commissioni sono una preziosa parentesi in cui il mio pensiero si intreccia a quello degli altri. All’unisono nascono idee. E lì capisci che siamo un organismo unico. Ma quando passo alla tela torno singolo, solo.

Qual è stata la svolta che ti ha fatto decidere di dedicarti interamente all’arte?
La morte di mio padre, il silenzio di tre ore che mia madre mi chiese quando mi comunicò la sua scomparsa mentre ero in viaggio con le mie sorelle: “Babbo non c’è più pallino, ma non dirlo a loro prima di arrivare”. In quel momento qualcosa si è meravigliosamente rotto come un vaso giapponese.

Night before climax, acrilico su tela, 2019 – Il primo soggetto femminile mai esposto da Troilo – Collezione Privata Berta-DaPian

“Mia figlia mi sta insegnando la genesi del pensiero femminile, infinitamente più precoce e completo di quello maschile perché in simbiosi con la natura […] Le donne sembrano aver già vissuto prima di essere nate. Semplicemente. Senza sforzo”

Ti manca il mondo della pubblicità o ti sei mai pentito di averlo abbandonato?
Non mi manca. Se qualche volta ne sento la mancanza riesco a ritrovare l’equilibrio curando la comunicazione di ogni mia mostra.
 

Quindi segui in prima persona ogni aspetto che ti riguarda?
Completo il mio percorso divertendomi a dargli una confezione tanto artistica quanto le opere stesse. Mi piace girare video, fare grafica, creare i packaging dei mie cataloghi o delle scatole che contengono le opere che spedisco. Non c’è un confine fra la pittura e quell’aspetto. 

Ormai da qualche anno hai scelto di allontanarti dal mondo delle gallerie e di renderti autonomo portando avanti una carriera che si regge principalmente sul mecenatismo. Che conseguenze ha avuto questa decisione?
Tanta passione pura, meno scadenze forzate, gente che vive ai quattro angoli di questo pianeta sferico e che si aggiunge al flusso con l’unico obiettivo di viverselo in maniera complice e pura. Tanta cultura, tanto struggimento, tante storie di altri che diventano mie.

Nero, avorio e dita: gli strumenti di Troilo in uno scatto di Colart. Su questa pagina c’è anche un interessante video che mostra l’artista all’opera

Il 4 novembre inaugura la tua personale “Troilo Milano Solo Andata”, aperta al pubblico per soli 9 giorni a Palazzo Serbelloni. 15 pezzi in esposizione, tra cui il tuo primo soggetto femminile, più una sorpresa. Ti emoziona tornare ad esporre dopo tanto tempo e nella città che ti ha adottato e fatto crescere come artista? Cosa puoi svelarci riguardo alla mostra?
Sarà una mostra tellurica. I mie quadri nero&avorio scuotono pareti di stucchi colorati, aprono finestre monocromatiche su muri policromi. La mostra raduna opere prevalentemente dipinte durante la pandemia, sterzata potente nell’animo degli esseri umani, figuriamoci in quello di un artista.

TROILO-MILANO SOLO ANDATA – Palazzo Serbelloni – Corso Venezia 16, Milano
Vernissage su invito Giovedì 4 novembre 2021 – Apertura al pubblico dal 5 al 13 novembre 

In una tua precedente intervista per The Creative Brothers, parlando dell’episodio dei “pennelli dimenticati”, hai affermato che dagli errori a volte nascono delle bellissime opportunità. Di errori, fatti soprattutto da chi prende le decisioni e da chi fa informazione, da quando è iniziata la pandemia ne sono stati fatti tanti. Intravedi delle opportunità in quello che è successo a livello globale?
Intravedo l’opportunità di rivalutare tutti il concetto di libertà. Abbiamo preso velocità nella corsa per raggiungerla e poi, con la pandemia, ci siamo accorti che la libertà a volte è densa come un muro. Vi lascio con una domanda: quanta libertà costa sentirsi liberi?

Chignon, acrilico su tela, 2020/21 – Courtesy of Collezione Privata Ziliani

Onaitsabes Nas, acrilico su tela, 2021 – Courtesy of Collezione Privata Poulin

Dontouch, acrilico su tela, 2020 – Collezione Privata DeAngelis

Designer e art director, è fondatore e direttore di Picame dal 2008 e co-fondatore di FARGO, agenzia specializzata in design e comunicazione.

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