Intervista a Mìles, l’illustratore dell’inconscio

on May 24, 2019

Lo street artist e scultore Mìles fa il suo esordio in galleria con una mostra a Firenze dal titolo “Ingirum imus nocte et consumimur igni” interamente dedicata all’incoscio e agli istinti dell’essere umano.

Ho incontrato Simone Miletta aka Mìles in occasione della preparazione dell’imminente mostra alla Street Levels Gallery di Firenze, città d’adozione dell’artista calabrese. Nato e cresciuto in provincia tra Vibo Valentia e Catanzaro, dopo aver frequentato l’accademia di scultura di Carrara, si reca in Giappone per apprendere i segreti dell’arte nipponica. Qui rischia seriamente di compromettere il suo tratto (all’epoca già ben definito), riducendolo ad uno sterile scimmiottamento stilistico. Per questo, decide di rientrare in Italia, dove inizia a sperimentare materiali come il legno, il marmo e la resina, studiandone vantaggi e svantaggi. Contemponeamente, la sua ricerca continua a svilupparsi anche in bidimensionale, rappresentando figure stilizzate dal taglio grottesco, con una serie di elementi che caratterizzeranno i suoi disegni e le sue pitture.

La mostra dal titolo fiorentina vuole essere una selezione di lavori della sua ricerca rispetto al tema dell’uomo contemporaneo e della relativa incapacità di affermare i suoi impulsi. L’artista nella sua prima personale denuncia la volontà da parte dell’essere umano moderno di sopprimere la propria natura istintuale, indirettamente costretto dai numerosi dettami della società e dalle convenzioni culturali. L’artista con la sua ricerca tenta di rappresentare quindi la parte latente di ciascuno e lo fa attraverso una serie di sculture in resina, terracotta e raku, trittici pittorici, disegni su carta e tele, descrivendo il lato nascosto – buono o cattivo che sia – di una società grottesca come quella in cui viviamo.

Ma lasciamo che sia proprio Mìles a raccontarci di se’…

Iniziamo con una breve introduzione per i nostri lettori: chi sei, da dove vieni e che cosa fai.
Sono nato a Vibo Valentia, ho studiato scultura all’accademia di Carrara e poi a Tokyo. Attualmente lavoro in pianta stabile a Firenze. Mi definisco un illustratore dell’inconscio.

Come quasi tutti i tuoi colleghi, non ti limiti a dipingere in strada, ma lavori anche in studio. Ciò che colpisce nel tuo caso però è il fatto che tu nasca come scultore e che i personaggi che dipingi riportino le stesse caratteristiche plastiche di quelli scolpiti. Quanto è stretto il legame tra le due discipline nei tuoi lavori?
Sono cresciuto in un ambiente dove la materia veniva plasmata continuamente, l’assimilazione di questo aspetto estetico provocava in me un fortissimo desiderio di esprimermi. Non esiste una cronologia tecnica, cioè un prima la scultura e poi il resto, ma bensì un pozzo dove attingere. A volte un’immagine è più idonea alla scultura, altre ai muri, altre ancora alla pittura in studio.

Parli spesso delle sensazioni che percepisci quando dipingi in strada e della storia che traspira dall’intonaco (come è accaduto con l’opera “Tito e Dimaco”, dipingendo i due ladroni biblici ignaro del fatto che l’edificio su cui dipingevi fosse un ex-carcere). Ci racconti dell’importanza del genius loci secondo Mìles?
A volte ci dimentichiamo che siamo anche noi materia, che rilasciamo energie, sensazioni. Lo stesso fanno i muri. È come se i filtri rilasciassero queste vibrazioni, spesso riusciamo a sentirle. E all’improvviso abbiamo un’immagine.

Data la tua anima da scultore, qual è il tuo approccio alla superficie muraria? Ti rifai al bozzetto o lasci che siano le imperfezioni del muro a guidarti nel processo compositivo modellandole in ex-tempore?
Di solito preferisco lasciarmi guidare dall’istinto, dalle primissime sensazioni che il muro e il luogo mi rendono. L’immagine è fugace devo fermarla subito.

L’ombra nei tuoi soggetti è un’altra costante. Puoi spiegarci qual è il suo significato allegorico?
L’ombra si muove con noi, proietta la luce, ma è diversa la sua forma, sembra quasi ci prenda in giro. Mi piace considerarla un aspetto diverso di noi stessi.

Parlando dei soggetti dipinti, oltre a essere rappresentati in maniera deforme (come fossero catturati nel momento di metamorfosi), i protagonisti dei tuoi dipinti presentano tratti anatomici della specie umana che si combinano con elementi zoomorfi. A questi, spesso si affiancano corvi di vario tipo, più o meno stilizzati. Quale messaggio si cela dietro queste grottesche figure?
Associo corvi all’istinto e alle nostre paure, forse se li osservassimo da un altro punto di vista potrebbero anche farci sorridere.

Rispetto ai lavori realizzati nel tuo studio, senti una maggiore responsabilità quando dipingi per strada?
Credo non esista un modo giusto o sbagliato, ma sono sempre più convinto, nel mio caso, che l’arte debba indagare un aspetto umano più “spirituale”. Seguendo questa forma le differenze tra lo studio e la strada si annientano.

Di che parla questa tua prima personale dal titolo palindromo “Ingirum imus nocte et consumimur igni”?
Di luce, materia, sintesi e un fortissimo desiderio di provocare noi stessi graffiando gli stomaci.

In bocca al lupo allora, Mìles!

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