Imprevisti, viaggi e storie tra uomo e natura che diventano acquerelli: intervista a Nicola Magrin

Uomini e animali selvaggi che si stagliano contro i profili delle montagne, il bianco della carta che diventa neve o stelle di una notte profonda. Immagini così evocative da farci percepire il freddo pungente dell'inverno

Nicola Magrin ci accompagna come Virgilio in una serie di viaggi attraverso il paradiso della natura di montagna. Il riferimento al poeta non è casuale, vista l’intensa collaborazione che l’artista ha intrapreso negli anni con vari protagonisti della letteratura e, in particolare, con lo scrittore Paolo Cognetti, con il quale ha condiviso più di un viaggio. Un’amicizia rafforzata dall’essere coetanei e per di più nati a distanza di un solo giorno, uno il 26 gennaio, l’altro il 27.

I lavori di Nicola nascono da esperienze di vita che vengono restituite con intensità utilizzando le tecnica dell’acquerello, che per sua natura contempla l’imprevisto, l’inciampo, ricercato e coltivato in quanto opportunità per fare nuove scoperte.

nicola magrin picame

Nato a Milano, Nicola Magrin si è diplomato all’Accademia di Belle Arti di Brera e ha partecipato ad una residenza artistica a New York. Ricca è la sua attività espositiva in varie gallerie, che gli ha permesso di intraprendere collaborazioni come copertinista e illustratore per Einaudi e altri importanti editori, fino alla recente uscita del suo primo libro come autore completo. Nel frattempo è stato protagonista, insieme a Cognetti, del docu-film Sogni di Grande Nord, un viaggio sulle tracce degli scrittori che hanno celebrato e vissuto la natura selvaggia tra Canada e Alaska.

Oggi vive e lavora nello studio di Monza e passa le estati nella sua baita a 1700 metri in Valmalenco, Valtellina, ai piedi delle Alpi Retiche occidentali, oppure in cerca di avventure tra le montagne di mezzo mondo. Tutte occasioni per fare il pieno di ispirazioni: “È come se fossi un pozzo dentro il quale butto un secchio per tirare su dell’acqua fresca e quell’acqua sono le immagini che porto dentro di me, che vogliono uscire fuori e prendere vita nei miei lavori”, confessa durante l’intervista che ci ha rilasciato e che vi proponiamo integralmente, accompagnata da una selezione di tavole fatta dall’autore in persona.

Ma non è tutto: Nicola sta realizzando appositamente per i lettori di Picame un acquerello inedito che verrà inserito nella prossima newsletter. Se non l’avete ancora fatto iscrivetevi qui o nel box in fondo all’articolo.

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IDENTIKIT
Nome e cognome: Nicola Magrin
Data di nascita: 26 gennaio 1978
Di base a: Monza
Sito web: nicolamagrin.com
Instagram: @nicomagrin
Facebook: Nicola Magrin

Ciao Nicola e benvenuto su Picame. Come è nata la tua predilezione per l’acquerello?
È la tecnica dell’acquerello che ha scelto me, nessuno me l’ha insegnata. Ero un bambino delle elementari quando mia zia mi regalò una scatola di acquerelli Winsor&Newton e iniziai subito a dipingere, era il mio primo modo di comunicare. Poi crescendo fui ispirato da Pinin Carpi, Folon, Hugo Pratt, Paul Klee, Miquel Barcelò e attraverso il loro modo di dipingere trovai il mio percorso, che ha reso riconoscibile e apprezzato il mio stile. Non c’è voluto neanche tanto tempo, è venuto subito in modo istintivo. C’è molta naturalezza nel mio modo di lavorare e trovo che abbia assonanze con la cultura orientale. Non faccio lo schizzo a matita, intingo il mio pennello cinese nelle ciotole di colore che preparo con pigmenti naturali che durano non più di qualche giorno, poi li devo rinnovare. Inizio a lavorare direttamente sulla carta Arches da 300 grammi. È un po’ come l’arte della calligrafia, solo che i miei segni sono un bosco, un uomo in cammino, un lupo o uno degli altri elementi ricorrenti delle mie tematiche. Lavoro con pochi colori, tre o quattro, non di più. Ho avuto e ho spesso la richiesta di cambiare tavolozza, di andare al di là dei miei blu, grigi ghiaccio, etc. Intendiamoci, gli altri colori li so usare, ma il dipinto che ne verrebbe fuori sarebbe piatto, non mi comunica niente. Devo avere la libertà di usare i colori che escono dalla mia anima. A differenza di altri illustratori editoriali a me piace lavorare più sull’emozione che sull’idea. Mi piace lavorare alla mattina. Mi alzo presto e vado subito nell’atelier, dopo una passeggiata nel parco con Macchia, la mia cagnolona. Proprio oggi ho fatto un lavoro di due metri per un metro, anche se di solito lavoro su formati 38×28 o 76×56. Più il formato è grande più è difficile lavorare con l’acquerello, ma è bellissimo perché diventa una performance come quelle dei calligrafi giapponesi che dipingono con un pennello enorme camminando sulla carta.

Ricordi il tuo primo disegno?
Nella baita dove vado d’estate ho conservato uno dei miei primi disegni fatti all’asilo che rappresenta proprio una baita di montagna, tutta dipinta un po’ come un quadro di Paul Klee, a segmenti, quasi cubista, con di fianco un pino. Per me è importante perché rappresenta le mie radici e getta un ponte col presente, perché io adesso la baita ce l’ho ed è con l’immagine della baita che inizia anche l’ultimo libro che ho pubblicato: Altri voli con le nuvole, Salani, 2021. E dalla baita prendono vita altri viaggi, esperienze e ricordi.

“C’è molta naturalezza nel mio modo di lavorare, non faccio lo schizzo a matita, intingo il mio pennello cinese nelle ciotole di colore che preparo con pigmenti naturali […] e inizio a lavorare direttamente sulla carta”

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L’acquerello originale per la copertina di Altri voli con le nuvole

Il forte intreccio della tua arte con la natura, con la letteratura e il rapporto umano con i suoi protagonisti rappresentano anche l’anima narrativa delle tavole, che esprimono un silenzio carico di emotività. Un tema che hai già avuto modo di affrontare, letteralmente, per la copertina de Il silenzio di Erling Kagge. Trovi corretto affermare che il silenzio meditativo è la tua forma di racconto figurato?
Sì, sono d’accordo con quello che dici. Premetto, mi sono accostato al mondo editoriale circa una decina d’anni fa grazie a Monica Aldi di Einaudi, alla quale era piaciuto moltissimo uno dei miei lavori che aveva visto in una mostra e pensava che il mio stile fosse adatto per la copertina di un libro che doveva uscire di lì a poco. Al telefono mi disse che però l’immagine gli serviva per la mattina dopo. Gli risposi: va bene, non ti preoccupare. Feci l’acquerello, mandai la foto e piacque subito moltissimo.

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La prima copertina editoriale di Nicola. Le quattro figure dalle lunghe ombre sono un soggetto ricorrente che Nicola ha iniziato ad elaborare durante la sua residenza artistica a New York

Di lì in poi il copertinista è stato il mio nuovo lavoro: tutta l’opera di Primo Levi, poi le collaborazioni con altri editori. Folco Terzani sapeva che io avevo avuto un incontro ravvicinato con un branco di lupi durante un viaggio in Canada, un’esperienza estasiante che ricorderò per tutta la vita e che continuo a dipingere in modo ricorrente. E così mi chiese di illustrare la sua favola Il Cane, il Lupo e Dio, Longanesi, per la quale feci una sessantina di acquerelli. E arriva il lockdown. Era una situazione per me bizzarra, ma io sono abituato a convivere con la solitudine. Mi mancava la montagna, perché non potevo uscire di casa e raggiungere la baita ma, mi vergogno a dirlo, stavo benissimo! Non volevo sprecare la chance e cominciai a realizzare gli acquarelli per il mio libro. La storia ce l’avevo, con quattro parole chiave in mente: radici, anima, avventura e amicizia. L’amicizia è quella con Paolo Cognetti, l’anima è Tiziano Terzani, le radici sono il mio amico Costante che a vent’anni mi ha insegnato come vivere la montagna e infine l’avventura è stata quella con Gianni Bianchi, un avventuriero alla Walter Bonatti, amico di mio padre, che è legato all’incontro coi lupi che ho ricordato prima. In due mesi ho dipinto 250 acquerelli, cosa che non ho mai fatto neanche in un anno. Ero preso da una specie di fuoco sacro, è stato come un flusso di coscienza. Di tutto questo lavoro ho poi fatto una selezione fino ad arrivare a 123 immagini e tramite il mio agente l’ho proposto per la pubblicazione. Ma come definirlo? Non è un graphic novel, o un libro illustrato, ne’ un libro per bambini, non è solo un diario intimo. Ne volevo fare un silent book ma poi ho aggiunto delle frasi, che sono complementari e non didascaliche al racconto delle immagini. Sono molto soddisfatto del risultato anche perché rispetto ai libri usciti in libreria lo trovo unico nel suo genere. Per me è come un lungo haiku giapponese pittorico-poetico. Racconta un mio percorso di crescita che può essere condiviso anche dagli altri e l’accoglienza positiva mi conferma che la gente ha bisogno di tornare alla natura, ha bisogno di leggerezza e serenità, che non vuol dire superficialità, ma sente la necessità di ricreare un legame con l’ambiente che ci circonda.

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“Durante il primo lockdown in due mesi ho dipinto 250 acquerelli, cosa che non ho mai fatto neanche in un anno. Ero preso da una specie di fuoco sacro, è stato come un flusso di coscienza. Di tutto questo lavoro ho poi fatto una selezione e l’ho proposto per la pubblicazione”

L’esperienza del docu-film Sogni di grande nord, per la regia di Dario Acocella, girato nel 2020, ti ha visto protagonista insieme a Paolo Cognetti. Che effetto ti ha fatto rivederti sullo schermo?
L’effetto più strano è semplicemente andare in un cinema e vederti in un film per la prima volta, e posso dirti candidamente che mi lusinga anche. Ma al di là di questo il viaggio in sé è stato stupendo. Sono stato invitato da Paolo Cognetti perché è mio amico e non solo per fargli compagnia, ma anche perché ha pensato che da un punto di vista narrativo condividere l’avventura fosse più interessante per il pubblico piuttosto che vedere uno scrittore declamare da solo frasi di Carver alla foresta. Meglio essere in due, non dico come Thelma e Louise al maschile, ma più piacevole e con un lieto fine. Semplicemente due uomini che realizzano il sogno di fare un “on the road” all’interno di paesaggi canadesi spettacolari. Neppure il regista sapeva dell’amicizia tra me e Paolo. Ma col tempo ha capito l’intesa che c’era tra noi. Guidavo il pickup per lunghe ore accompagnati dalle cassette musicali che avevo preparato con brani di Springsteen, Neil Young, etc.

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Volendo fare un confronto tra i linguaggi artistici: per te qual è la differenza più significativa tra le emozioni espresse dalle immagini cinematografiche e quelle dei tuoi acquerelli?
Amo molto il cinema: l’immagine cinematografica, il frame o anche una foto possono essere una grande ispirazione, come nel caso del film di Kim Ki-Duk “Primavera, estate, autunno, inverno… e ancora primavera”, nel quale c’è una scena in cui un monaco usa la coda di un gatto come pennello per dipingere ideogrammi coreani, un’immagine stupenda, ma rispetto ai miei acquerelli il risultato finale è totalmente diverso. È un po’ la differenza che ci può essere tra leggere un lungo romanzo e una poesia, o un haiku. Intanto sei solo tu che lo stai facendo, mentre in un film c’è un lavoro di squadra, ci sono tante emozioni che vanno a creare un’unica immagine. Io invece sono un orso, un solitario, non ho mai lavorato in gruppo. Per certi aspetti il mio è un lavoro monacale: sono io che dialogo con la mia mente, con il mio cuore. C’è un lungo passaggio di sedimentazione dell’immagine e dell’emozione che ho provato e poi arriva il momento della creazione: è come fare un respiro, grande concentrazione e poi ti lasci andare, come un fiume in piena che fuoriesce anche dagli argini e la mano dipinge direttamente sulla carta quello che è una sintesi tra mente e cuore. Io sono molto veloce a dipingere; per fare una tavola di quelle che vedi pubblicate ci metto dai 10 ai 20 minuti, non di più. E c’è questo pigmento naturale che scivola sulla carta e tu giochi anche con l’imprevisto, con la chiazza che si muove, perché io uso molta acqua. È come quando passeggio in montagna: inciampo e poi decido di prendere un sentiero diverso perché l’imprevisto mi ha suggerito un’altra direzione. L’importante è sapersi rialzare.

“Per fare una tavola ci metto dai 10 ai 20 minuti, non di più. E c’è questo pigmento naturale che scivola sulla carta e tu giochi anche con l’imprevisto, con la chiazza che si muove, perché io uso molta acqua. È come quando passeggio in montagna: inciampo e poi decido di prendere un sentiero diverso perché l’imprevisto mi ha suggerito un’altra direzione”.

Nella tua pratica artistica dici che non dai nulla per acquisito o scontato. Mi ha colpito la frase di un’intervista che mi sembra riassumere questo tuo atteggiamento: “Credo nell’intuito, che non è il genio, e nell’esercizio costante. Mi esercito per saper cogliere quello che l’intuito deciderà di suggerirmi”. Quindi la ricetta non è genio e sregolatezza ma intuito e disciplina?
Sì, io penso di avere un talento unico nel modo di dipingere, ma non è qualcosa che puoi lasciare o mettere in disparte, devi continuare ad esercitarti. Mi rendo conto che anche solo quella pausa di tre mesi d’estate che passo nella mia baita in montagna poi me la fa pagare. Quando torno a fare i primi acquerelli a settembre la mano è rigida, ha già perso quella leggerezza, quella freschezza che mi appartiene. Posso avere l’intuito o la visione ma le mani, il cuore, la mente e i sentimenti devono battere all’unisono e quando ricomincio con l’esercizio e quest’armonia ritorna è bello come ritrovare una persona che non vedi da tanto tempo, è come ritrovarsi.

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C’è uno dei tuoi lavori al quale sei particolarmente legato?
Ci sono dei quadri a cui sono molto affezionato e che non ho mai voluto vendere, perché li ho fatti in un momento particolare della mia vita o perché mi ricordano un viaggio. Tra questi a casa mia ho un quadro dei lupi del 2013, che non è più bello degli altri ma è il primo acquerello che ho fatto di ritorno dal viaggio in Canada, dopo l’esperienza di incontro ravvicinato con un branco di dieci lupi, su un lago gelato a pochi metri di distanza. E li ho dipinti a memoria, ricordando l’emozione. Quel quadro lì è per me talmente forte, così primordiale da ricordarmi che di lì è nato tutto il resto. Dall’incontro coi lupi, ad esempio, è nato successivamente il libro voluto da Cristina Taverna Il richiamo della foresta di Jack London, pubblicato da Nuages.

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L’acquerello per la copertina de Il richiamo della foresta pubblicato da Nuages

Gli artisti che vuoi consigliare ai nostri lettori.
Sono dei suggerimenti che faccio soprattutto in riferimento ai libri più che agli autori in sé, perché queste opere hanno segnato una tappa importante della mia vita e della mia arte e li voglio condividere con voi.
Lisbeth Zwerger , perché ho molto amato il suo lavoro ai tempi del liceo; io ho fatto il classico ma ero sempre lì a disegnare. Ho tutti i suoi libri e sono dei capolavori.
Tom Haugomat e il suo silent graphic novel Nello spazio di uno sguardo : mi ha incuriosito la struttura, come è composto il libro, la veste grafica e il formato.
Thierry Murat e la sua graphic novel tratta da Il vecchio e il mare di Hemingway, per la forza espressiva ed emotiva delle immagini.
Pinin Carpi e Il sentiero segreto, a cui devo tanto per l’uso dell’acquerello. Ho ancora l’edizione originale che mia mamma mi regalò nel 1983.
Hugo Pratt, di cui voglio almeno citare Wheeling, il sentiero delle amicizie perdute e tutti gli altri suoi acquerelli, un maestro al quale mi sono ispirato per creare il libro Passi silenziosi nel bosco, Nuages, dove i miei acquerelli dialogano con le chine di Hugo Pratt e i testi di Marco Steiner.
Andrea Calisi, perchè riesce ad essere nello stesso momento antico e contemporaneo, regalando così alla sua arte l’eternità.

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L’acquerello di copertina per Passi silenziosi nel bosco, Nuages

Un artista o un personaggio del passato o del presente che ti piacerebbe incontrare di persona?
Gesù, perché mi ha affascinato fin da bambino. Ho fatto la copertina de Il Grande Inquisitore, Salani, un capitolo de I fratelli Karamazov di Dostoevskij, che può essere letto anche senza conoscere il resto del romanzo. E in questo racconto, che consiglio a tutti di leggere, c’è un confronto tra Gesù e l’inquisitore ed è bellissima la figura del Cristo così come viene descritta.

Se non fossi un pittore cosa ti piacerebbe essere?
Da bambino il mio grande sogno era lavorare in una libreria, per dire come già allora il mondo dei libri mi affascinasse. Tutt’ora io vivo circondato dai libri, che non ho letto tutti, ma mi piace averli sottomano. In un periodo di difficoltà economica ho anche pensato, come alternativa, di diventare non dico una guardia forestale, perché non riuscirei a stare nel mondo delle forze dell’ordine, ma mi vedrei impegnato in un’attività legata alla natura: floricoltore o vivaista. O anche il taglialegna, perché quando vado in baita mi piace fare tutti quei lavori di pulizia del bosco e mi rendo conto che, mentre te le sto dicendo, sono tutte cose che già metto in pratica. Alla fine sono un uomo fortunato perché faccio quello che ho sempre voluto fare.

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Nicola e Macchia nei boschi vicino alla sua baita di montagna, il suo luogo dell’anima

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Art director e web designer, diplomato in scenografia con esperienze di teatro, fumetto, animazione, illustrazione e scultura. Scrive per Picame dal 2015.

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